martedì 30 dicembre 2008

VIAGGIO DELLA MEMORIA RINVIO



Arcavacata, 30 dicembre 2008 - Ateneo

UNIVERSITA' DELLA CALABRIA
Viaggio della Memoria – Rinvio


L’Università della Calabria, com’è noto, aveva organizzato nell’ambito della Giornata della Memoria un viaggio di dodici studenti in Israele, che, detto normalmente Viaggio della Memoria, avrebbe dovuto avere inizio la sera di sabato 3 gennaio e termine il pomeriggio di venerdì 9 gennaio 2009.


I drastici cambiamenti che si sono verificati nell’ultima settimana nella condizione politica del Medio Oriente, resi ampiamente noti attraverso i media nazionali e internazionali, hanno costretto l’organizzazione a rivedere il progetto. Sentiti Ministero degli Affari Esteri, l’Ambasciata d’Israele in Italia ed infine diversi corrispondenti italiani sul luogo di provata affidabilità, si è perciò deciso di annullare la partenza. Il Viaggio della Memoria riveste infatti un alto significato didattico e formativo, che verrebbe automaticamente meno laddove, anche se portato a termine senza problemi di sorta, fosse vissuto dagli studenti – come del resto dai parenti rimasti a casa – in uno stato di tensione o ancor peggio di paura.

Gli organizzatori del Viaggio e il Rettore Gianni Latorre auspicano dunque l’immediato cessate il fuoco nei pressi di Gaza e il graduale ritorno alla normalità, in modo da poter riprogrammare l’iniziativa.



Paolo Coen
Manlio Gaudioso
Galileo Violini


domenica 28 dicembre 2008

EDWARD SAID, IL CRITICO IN ESILIO DI MARCO GATTO


«Io sono l’ultimo intellettuale ebreo. Non ne conosco altri. Tutti i vostri altri intellettuali ebrei oggigiorno sono dei gretti signorotti di provincia. Da Amos Oz a tutti questi qui in America. Dunque sono l’ultimo. L’unico vero continuatore di Adorno. Mettiamola così: sono un ebreo-palestinese» (Said 2007: 47-48). Così si conclude l’intervista rilasciata da Edward Said ad Ari Shavit nel 2000: nel segno di un altro esule come Adorno, certo, ma soprattutto con un richiamo più che simbolico a quell’idea di coesistenza, di convivenza pacifica e necessaria tra popoli, che ha contrassegnato le riflessioni dell’intellettuale arabo intorno al tema dell’esilio e alla questione israelo-palestinese. Uno sguardo, quello di Said, dominato dal tentativo difficile, eppure cruciale, di assumere in sé l’identità dell’altro, di lasciarsi arricchire dall’incontro e dal riconoscimento di ciò che appare come diverso. Senza sottovalutare, sia ben chiaro, la logica dei rapporti di dominazione, integralmente costruita sull’interesse economico e politico. Proporre la coesistenza, dunque, ha rappresentato, almeno fino agli eventi di Oslo, la possibilità di creare una base comune di appartenenza, una sorta di terreno unitario entro cui far reagire dialetticamente le differenze. Non sfugge quanto tale proposta politica sia ancorata alle convinzioni filosofiche di Said. Perché, a partire da quel classico della letteratura postcoloniale che è Orientalismo (1978, trad. it. 1980), per non retrocedere fino alla tesi di laurea su Conrad (1966, trad. it. 2008a), e passando per le decine di saggi che egli ha dedicato allo studio della cultura, della società, della critica, la sua indagine ha tematizzato la possibilità di leggere la realtà come un enorme contrappunto di voci differenti, che sta alla comprensione, all’atto del conoscere, armonizzare, secondo una metafora musicale pregnante e cara a Said (peraltro, musicista dilettante e musicologo “adorniano”).Così come si può stabilire un terreno comune d’azione, così come la realtà è irrefutabilmente unica e totale davanti ai nostri occhi, allo stesso modo si può agire su tale irriducibile identità per affermare le differenze che la compongono, quella pluralità di punti di vista che contribuisce a rendere dialettica la realtà stessa e il nostro tentativo di afferrarla con la ragione. Said mutua, in qualche modo, questa visione contrappuntistica della realtà dalla sua esperienza di critico letterario, consapevole di trovarsi sempre di fronte a un testo – unico, totale, concluso, finito – che, al di là della sua imprescindibile materialità, evoca una complessità infinita di letture, di punti di vista differenti. In quest’ottica, la letteratura (e l’arte tutta) acquisisce mirabilmente una funzione pedagogica: invita a osservare come sia possibile, all’interno di un universo, la ricca coesistenza di diversità, prospettive, traiettorie gnoseologiche. È piuttosto l’utopia blochiana di un “multiverso” o, più semplicemente, il paradigma musicale di un’unità che sia rispettosa, attraverso le leggi dell’armonia, del canto di una singola voce (non è un caso l’interesse di Said per Bach e per il suo interprete più intellettualmente dotato, nonché volontario ed eccentrico esule, Glenn Gould) a esemplificare l’idea speranzosa di una pace possibile fra i popoli.Ha sempre colpito di Said l’estrema coerenza filosofica e politica. E dunque, dati i presupposti di pensiero, non sarà difficile interpretare sue affermazioni di questo tipo: «Quella che si desidera, pertanto, è un’idea di coesistenza che sia rispettosa delle differenze tra ebrei e palestinesi, ma che sia anche rispettosa verso la storia comune della diversa lotta e della diversa sopravvivenza che li lega. […] La questione fondamentale è che le esperienze di ebrei e palestinesi sono storicamente e organicamente legate fra loro. Volerle tenere separate significa falsificare ciò che vi è di autentico in ciascuno di esse. Affinché possa esservi un futuro comune noi dobbiamo pensare le nostre storie legate fra loro, per quanto difficile la cosa possa apparire. E quel futuro dovrà comprendere arabi ed ebrei, insieme, liberi da ogni progetto tendente all’esclusione […]» (1998: 97 e 99). Avendo in comune un destino storico di sofferenza, i due popoli devono, per Said, trovare un equilibrio che li renda consapevoli della reciproca e dialettica identità. Si tratta di una politica che esclude, da una parte e dall’altra, il fantasma del fondamentalismo e di un lavoro collettivo che trova la sua ragione d’essere nella mediazione. È nel dialogo sulla musica che il critico palestinese ha intrecciato con la voce dell’israeliano Daniel Barenboim – componendo, di fatto, un contrappunto intellettuale esemplare – che si possono leggere chiaramente le preoccupazioni di chi vede nel reciproco rispetto l’unico antidoto al radicalismo oltranzista e all’essenzialismo: «La storia – dice Said – è un fenomeno dinamico e se ci aspettiamo che gli ebrei israeliani non usino l’Olocausto per giustificare le spaventose violazioni dei diritti umani del popolo palestinese, anche noi dobbiamo superare idiozie come quella di sostenere che l’Olocausto non è mai avvenuto e che gli israeliani sono tutti, uomini, donne e bambini, condannati alla nostra imperitura inimicizia e ostilità» (Said-Barenboim 2004: 155).È convinzione di Said che la possibilità di esprimere liberamente punti di vista differenti rispetto all’ideologia acquisita e imperante nasca dall’alternativa offerta dalla condizione dell’esule. Chi vive lo sradicamento, chi si sente sempre nel posto sbagliato, chi non possiede una casa stabile, sconta sì una difficoltà oggettiva, ma può mutare quest’ultima nella pratica di un’alternativa, nella consapevolezza, cioè, della vanità apparente di ciò che è pensato come definitivo e unico. Appartiene all’esule l’intuito della molteplicità. Fuori da qualsiasi ordine, egli incarna l’illusione dell’onnipervasività del potere: ne mostra l’impossibile realizzazione totalitaria, attraverso l’affermazione, seppure singolare, di una prospettiva differente e demistificante; ne smaschera l’insopprimibile istinto a ridurre in silenzio la subalternità. L’esule è colui il quale, testimoniando una vita fuori dall’ordine, reca su di sé la voce di chi, andando, come voleva Benjamin, a ritroso, è stato dimenticato dalla storia ufficiale.
Nel libro che conclude la trilogia Homo sacer, dedicato al campo di concentramento come luogo emblematico della biopolitica e del controllo sui corpi, Giorgio Agamben, attraverso le pagine di Primo Levi, esprime la paradossale condizione del testimone. Posto che la possibilità di testimoniare è accordata solo ai sopravvissuti, e che questi sono chiamati a testimoniare per coloro che non avrebbero potuto farlo, o per chi, come il “musulmano”, ha subito una posizione di decentramento tale da sprofondare nella non-soggettività, dunque nella non-esistenza, allora la testimonianza testimonia, per delega, «una testimonianza mancante» (Agamben 1998: 32). Il non-uomo – il musulmano, colui che è giunto, ad Auschwitz, a toccare in vita l’inumanità, a confondere la vita nella morte – è il testimone integrale, è la figura che dimostra «la possibilità di un non-uomo che si presenta ostinatamente come uomo» (49). Come si configura, pertanto, la situazione del testimone non integrale che si pone l’obiettivo di testimoniare per chi sarebbe più adatto a farlo? Nella testimonianza, nota Agamben, «il non-uomo e l’uomo entrano in una zona d’indistinzione in cui è impossibile assegnare la posizione di soggetto […]. Ciò si può anche esprimere dicendo che soggetto della testimonianza è quello che testimonia di una desogettivazione» (112). Attraverso l’individuazione di questa zona grigia in cui la stessa testimonianza invera ciò che non è umano dal punto di vista dell’umano, Auschwitz viene irrefutabilmente provato come tale: non è possibile alcuna ipotesi negazionista. Con le parole di Agamben: «Sia, infatti, Auschwitz, ciò di cui non è possibile testimoniare; e sia, insieme, il musulmano come assoluta impossibilità di testimoniare. Se il testimone testimonia per il musulmano, se egli riesce a portare alla parola l’impossibilità di parlare – se, cioè, il musulmano è costituito come testimone integrale – allora il negazionismo è confutato nel suo stesso fondamento. Nel musulmano, l’impossibilità di testimoniare non è più, infatti, una semplice privazione, ma è divenuta reale, esiste come tale. Se il superstite testimonia non della camera a gas o di Auschwitz, ma per il musulmano, se egli parla a partire da una impossibilità di parlare, allora la sua testimonianza non può essere negata. Auschwitz – ciò di cui non è possibile testimoniare – è assolutamente e irrefutabilmente provato» (153). Esistendo l’impossibilità di testimoniare, e assumendone cioè l’irremovibile realtà, non si può negare la possibilità di testimoniare per gli assenti: è questa, in altri termini, la missione intellettuale del testimone.Non sfugge che a testimoniare, pertanto, sia colui il quale, esiliato nel campo di Auschwitz e sopravvissuto alla pratica mortale dell’esilio, allo sradicamento orrido della deportazione, parla a nome di un tipo di esiliato differente, una sorta di esiliato nell’esilio stesso, di deprivato della vita, la cui condizione è scongiurata da chi, già nelle sue stesse condizioni di partenza, non ne sopporta la futura e possibile identificazione. Il deportato, pertanto, testimonia l’esilio, testimonia per chi non può avere voce e, parlandone, ne appura l’esistenza.
La figura di intellettuale cui Said aspira è, in qualche misura, quella del testimone. Quando egli afferma di non avere «alcun dubbio nel ritenere che l’intellettuale debba schierarsi dalla parte dei deboli, di quanti non hanno alcuna rappresentanza» (Said 1995: 36), prospetta sì un impegno politico di difesa delle subalternità, ma si riferisce prioritariamente a chi, nel conflitto delle identità, sconta l’impossibilità di poter testimoniare perché la sua voce si perde nel tumulto delle bombe, delle atrocità, delle armi. L’esiliato diviene, pertanto, una sorta di privilegiato che ha orrore della sua possibilità di testimoniare: se da un lato, egli testimonia in quanto outsider, per il fatto di aver raggiunto un’autorità attraverso il privilegio dell’educazione (e della vita), dall’altro, egli assume di sé la vergogna di non vivere il conflitto sulla pelle, se non attraverso il ricordo o il perenne sradicamento. L’esule incarna la contraddizione di dover assumere sulla sua pelle la voce di chi, rimasto a casa, è esule nella sua stessa terra.È un nuovo umanesimo, nella prospettiva della coesistenza, a rappresentare, per Said, l’unico mezzo del testimone-intellettuale. Quest’ultimo, una volta raggiunta l’autorità di poter esprimere un punto di vista differente, è chiamato a mantenere la sua integrità, senza compromettersi con quel potere che, invisibile e scaltro, riuscirebbe ad assorbirlo e a neutralizzare la contraddizione viva nella sua stessa voce discorde. In tal senso, egli «non è né un pacificatore né un artefice di consenso, bensì qualcuno che ha scommesso tutta la sua esistenza sul senso critico, la consapevolezza di non essere disposto ad accettare le formule facili, i modelli prefabbricati, le conferme acquiescenti e compiacenti di ciò che i potenti o i benpensanti hanno da dire e di ciò che poi fanno». Pertanto, «la speranza dell’intellettuale non è di esercitare la sua influenza sul mondo bensì che un giorno, in qualche luogo, qualcuno legga ciò che egli ha scritto esattamente nel modo in cui lo ha scritto» (37 e 68). Testimoniare nel segno dell’esilio significa, pertanto, aprire una voragine nell’apparente calma del potere: aprire all’essere tutto ciò che la storia ufficiale nega. E se ciò non è possibile nell’immediato, lo sarà in futuro, in virtù dell’esistenza di un punto di vista differente che viene, attraverso la scrittura e l’impegno, appunto testimoniato. Per concludere, così Said descrive, in una delle pagine più nitide, la sua collocazione di critico, esule e testimone nella realtà del suo tempo: «Esiste […] l’alternativa del silenzio, dell’esilio, dell’autocoscienza, del ritiro in se stessi, della solitudine, o quella a me più congeniale – per quanto profondamente frammentata e probabilmente troppo marginale – che appartiene a determinati intellettuali la cui vocazione è di dire la verità al potere, di rifiutare ogni discorso ufficiale, ogni forma di ortodossia e di autorità, e di vivere nell’ironia e nello scetticismo, confrontandosi col linguaggio dei media, dei governi, del dissenso per restituire la testimonianza silente di un’esperienza soffocata e di una sofferenza vissuta sulla pelle. Non esiste suono né articolazione di voce che si rivelino adeguati a ciò che il potere e l’ingiustizia del mondo infliggono al povero, allo svantaggiato, al diseredato. Solo approssimazioni, mai rappresentazioni: che hanno l’effetto di interpuntare il discorso con il disincanto e la demistificazione. Ed è già qualcosa» (2008b: 579).
Marco Gatto

Bibliografia citata
Giorgio Agamben, 1998: Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Torino, Bollati Boringhieri.
Edward W. Said, 1980: Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Milano, Feltrinelli.
Idem, 1995: Dire la verità. Gli intellettuali e il potere, Milano, Feltrinelli.
Idem, 1998: Tra guerra e pace. Ritorno in Palestina-Israele, Milano, Feltrinelli.
Idem, 2008a: Joseph Conrad e la finzione autobiografica, Milano, il Saggiatore.
Idem, 2008b: Nel segno dell’esilio. Riflessioni, letture e altri saggi, Milano, Feltrinelli.
Idem, 2007: Il mio diritto al ritorno. Intervista con Ari Shavit, “Ha’retz Magazine”, Tel Aviv 2000, Roma, nottetempo.
Edward Said-Daniel Barenboim 2004, Paralleli e paradossi. Pensieri sulla musica, la politica e la società, Milano, Il Saggiatore.

mercoledì 24 dicembre 2008

GRAFFITI. SPAZIO LIBERO STUDENTI.




Nella Giornata della Memoria vi sarà uno spazio apposito per i ragazzi, previsto intorno alle 18.00 del 27 gennaio: si chiamerà Graffiti. Spazio libero studenti. Chiunque può prenotarsi e dire qualcosa sul convegno o sui temi della Giornata della Memoria. In alternativa commenti e domande possono lasciarsi qui di seguito. Marilena Callipari, Francesco De Pascale, Antonio Tardi e Immacolata Pianeta hanno già alzato la mano. E voi, che aspettate?

GRADUATORIE, VIAGGIO DELLA MEMORIA A GERUSALEMME



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venerdì 19 dicembre 2008

A m e n. di Costantin Costa-Gavras presentazione a cura del Prof. Benedetto Clausi


A m e n.
di Costantin Costa-Gavras


Amen è una parola ebraica, usata nell’ebraico biblico e nel giudaismo, da cui è passata nella liturgia cristiana quale formula conclusiva per preghiere e inni. Derivando dalla radice ebraica ‘mn (=«essere certo, saldo») amen costituisce il riconoscimento, da parte dei singoli e della collettività, di determinate realtà come «certe» e «vere». Usata, fra l’altro, nel Vecchio Testamento per esprimere conferma e accettazione del compiersi di una minaccia di Dio e di una maledizione, nel Nuovo Testamento l’amen che Gesù pone dinnanzi alle sue parole enuncia altresì la verità dei principi fondamentali e la fede nel dio che dà senso alla storia attraverso la verità di quelle parole: «Ciò che dico, è vero e certo, perché viene da Dio».
Un tale complesso grumo semantico – qui appena accennato – appare operativo nel titolo del film, dove Amen è seguito da un punto, come si vede bene nella contestatissima locandina di Oliviero Toscani, «un infortunio» secondo Tullio Kezich. Quel punto è tanto essenziale quanto drammatico, evocando insieme la fine assoluta e l’assoluto di una realtà che è resa «vera e certa» non dalla provvidenzialità di un dio che governa la storia, ma dal suo stesso accadere. Nel contempo la parola amen dà forma, in qualche modo, al legame storico fra le due civiltà, quella ebraica e quella cristiana (dalla prima la parola è passata alla seconda), tragicamente spezzato dagli eventi, allusivamente richiamati – nella provocazione grafica di Toscani – dall’intreccio indistinto di croce e svastica, anzi dalla metamorfosi dell’una nell’altra (o dell’altra nell’una). Il tutto nel segno cromatico del rosso-sangue.
Presentato al Festival di Berlino del 2002, il film s’ispira a una contrastata pièce teatrale, Il Vicario, di Rolf Hochhuth (
Der Stellvertreter, 1963), nella quale è denunciato l’atteggiamento di Pio XII nei confronti del Nazismo e della Shoah. Il dramma suscitò grande scandalo al momento della sua rappresentazione e in Italia andò in scena una sola sera, nel 1965, prima di essere censurato. È tornato ad essere rappresentato a Milano, nel 2007, dopo oltre 40 anni.

Ci sono molti film sull’Olocausto dal punto di vista delle vittime – dichiarò il regista Costa-Gavras in un’intervista dell’epoca –, ma il dramma di Hochhuth, che avevo visto rappresentato a Parigi, mi ha subito affascinato perché rispondeva a quello che da tempo volevo fare: un film sull’Olocausto da un altro punto di vista, da quello degli osservatori, di quanti avrebbero potuto parlare e invece tacquero. E sollevava questioni scottanti che facevano e fanno molto discutere. […] io sono d’accordo con la tesi di Hochhuth: il Papa avrebbe dovuto levare la voce contro la persecuzione degli ebrei. La Chiesa era l’unica grande organizzazione rimasta in Germania, con una struttura in grado di avere accesso diretto alla popolazione. Così il cardinale von Gallen tuonò dal pulpito contro lo sterminio degli handicappati, riuscendo a fermarlo. E a quanti sostengono che il Papa volle proteggere i cattolici durante la guerra, rispondo: il problema è che nessuno si mosse quando tutto cominciò, nel 1933. La Chiesa avrebbe potuto protestare già allora, molto prima degli anni della guerra quando il regime hitleriano dispiegò tutta la sua forza bruta. Invece non lo fece, si lasciò che Hitler andasse avanti prima con le leggi razziali, poi con la costruzione dei lager e infine con lo sterminio. Questo è un qualcosa che non capisco: ho sempre creduto che la base su cui opera la Chiesa, in nome di Dio, sia la giustizia.

L’interesse per la tematica politica e per i drammi che solcano il corso della storia umana è al centro dell’attività del regista greco, naturalizzato francese, Constantin Costa-Gavras, il quale alla storia non dà mai, però, la forma della cronaca: «Il cinema deve saper parlare per metafore, non correre dietro alla cronaca»; e ancora: «La storia che ho raccontato non ha una volontà educativa perché secondo me lo scopo del cinema non è didattico, deve essere spettacolo, non una lezione
:

la gente va al cinema per avere emozioni» (http://www.wuz.it/intervista/680/intervista-costa-gavras.html). Metafore / emozioni: sono le cifre non solo stilistiche di un lavoro di quasi mezzo secolo, che assai spesso ha avuto al suo centro la tematica politica rappresentata attraverso la metafora del confronto-scontro personale. Il punto più alto di questa attività è costituito senza dubbio da Z – L’orgia del potere (1969), sul colpo di stato che nel 1967 portò alla dittatura dei colonnelli in Grecia, i quali, contemporaneamente hanno proibito i capelli lunghi, le minigonne, Sofocle, Tolstoi, Mark Twain, Euripide, spezzare i bicchieri alla russa, Aragon, Trotsky, scioperare, la libertà sindacale, Lurcat, Eschilo, Aristofane, Ionesco, Sartre, i Beatles, Albee, Pinter, dire che Socrate era omosessuale, l’ordine degli avvocati, imparare il russo, imparare il bulgaro, la libertà di stampa, l’enciclopedia internazionale, la sociologia, Beckett, Dostojevskij, Cechov, Gorki e tutti i russi, il “chi è?”, la musica moderna, la musica popolare, la matematica moderna, i movimenti della pace, e la lettera “Z” che vuol dire “È vivo” in greco antico.

Così recita una voce fuori campo alla fine del film, che ottenne l’Oscar. Analogo, ossia metaforico e allusivo, l’approccio che si rileva in altri titoli di Costa-Gavras: La confessione (1970) sulla dittatura filosovietica che governava la Cecoslovacchia ai tempi della guerra fredda; L’Amerikano (1973), che denunciava l’appoggio dato dagli USA ai regimi autoritari del Sudamerica; L’affare della sezione speciale (1975), sul governo di Vichy; Missing – Scomparso (1982), sul Cile dopo il colpo di stato di Pinochet; Music Box – Prova d’accusa (1989), sul rapporto tra un ex criminale di guerra nazista ungherese che vive negli USA e la figlia avvocato che prima lo difende e lo fa assolvere credendolo innocente e poi scopre la verità; Mad City – Assalto alla notizia (1997), sul potere dei media di manipolare e distorcere la realtà; Cacciatore di teste (2005), sulle conseguenze della competizione sfrenata in ambito economico e sociale. Il continuo cambiamento del soggetto e/o della scena geo-politica non modifica i procedimenti e le finalità di una meticolosa osservazione in vitro della politica e della storia, attraverso il conflitto fra e negli uomini che ne sono protagonisti.
Anche in Amen la storia è al centro del film, una storia che «bisogna ricordare…perché non si ripeta» (Costa-Gavras); una storia scrutata al
microscopio, appunto, e al cui centro stanno i silenzi e l’indifferenza, il silenzio del
Vaticano, in primo ma non esclusivo luogo, di fronte ai crimini nazisti; la volontà di non vedere; la mancata presa di posizione, che diventa di fatto tacita complicità con la Germania criminale.
Il film non piacque – e non piace tuttora – ai critici, che ne colsero difetti formali (piattezza stilistica, freddezza…) e contenutistici (semplificazione eccessiva di una materia storica complessa). Piacque al pubblico, invece, sul quale ebbe un forte impatto, nonostante l’assenza di ogni spettacolarizzazione dell’orrore e la rinuncia «all’oscenità di una rappresentazione frontale dei modi con cui lo sterminio razzista fu industrializzato» (Il Morandini 2008. Dizionario dei film). L’opzione stilistica resta la solita, per un linguaggio allusivamente metaforico (si osservino, ad es., i treni che fanno la spola tra le terre da cui vengono strappate le vittime e i campi di concentramento), che favorisce lo spostamento del piano di riferimento dalla realtà alla coscienza e quindi l’interiorizzazione della brutalità e dell’ingiustizia. Lo spettatore avverte uno stato d’animo di disagio e di impotenza ed è preso dallo stesso senso di impotenza dei protagonisti, bloccati dall’indifferenza dei rispettivi sistemi. L’assenza di compiacimenti estetici rafforza insomma la dimensione etica, e la concisione espressiva diventa austerità morale, e dà forza a una visione in cui la responsabilità delle istituzioni è contrapposta dialetticamente alla capacità degli individui di inceppare, se non modificare, la macchina della morte.
L’obiettivo del film è quindi diverso da quello del dramma di Hochhuth, teso a denunciare l’atteggiamento di Pio XII e della Chiesa cattolica. Costa-Gavras e lo sceneggiatore Jean-Paul Grumberg gli conferiscono un’articolazione dialettica assente nell’originale, problematizzando e interiorizzando l’intero quadro di riferimento. Il complice silenzio non è un assioma oggetto di giudizio storico, né il punto di partenza per un «processo alla storia». Senza perdere i connotati della storicità, esso attiva un processo ‘attuale’ che riguarda e coinvolge anche il presente, attraverso le emozioni suscitate negli spettatori. Da qui la reale attualità del film, al di là del recente dibattito storiografico, ravvivato dal cinquantesimo anniversario della morte di Pio XII e dal suo processo di beatificazione. Il film non è certamente ‘vecchio’, grazie alla sua capacità di interiorizzare – lo dico nel senso più complesso – la storia.
È questo del resto il compito di chi, come i poeti, racconta la storia fuori dei confini della ricostruzione storica in senso proprio: «Lo storico racconta le cose accadute, il poeta quelle che potrebbero accadere. […] la poesia è cosa più nobile e più filosofica della storia, perché la poesia tratta piuttosto dell’universale, mentre la storia del particolare […] La poesia ha a che fare con verità generali, la storia con eventi specifici» (Poetica, cap. 9,1451b; cap. 23,1459a). Il confronto istituito da Aristotele tra la poesia e la storia aiuta a leggere fra le pieghe della relazione, tutt’altro che scontata, tra la storia scritta e la storia rappresentata al cinema (fiction, intendo, non i documentari, che sono altra cosa), un problema che ha diretta connessione con questo bel ciclo proposto dal prof. Cohen e dal suo gruppo di giovani collaboratori. Il cinema, come la poesia, al di là delle tecniche peculiari che utilizza per il racconto storico (stile, ritmo, immagini: il linguaggio, insomma), mantiene per diritto la libertà di romanzare, la libertà di intrecciare vero e verosimile, ma soprattutto il diritto di guardare alle «verità generali» di Aristotele, all’universale dei poti. È il diritto che peraltro anche uno storico di mestiere come Tucidide, reclamava per sé: «D’abitudine ho fatto dire ai miei oratori quello che, secondo la mia opinione, ci si aspettava che dicessero nelle varie occasioni, naturalmente aderendo il più possibile al senso generale di quello che avevano detto veramente» (1,2,22). E gran parte degli storici europei, fino al sec. XVI, si sono attenuti a questa convenzione.
Sono solo rapidi spunti, forse tecnicamente impropri, ma che mi hanno aiutato a capire perché, ad es., Costa-Gavras ponga, ad es., accanto a Kurt Gerstein (Ulrich Tukur), personaggio realmente esistito, padre Riccardo Fontana (Mathieu Kassovitz), una figura immaginaria, che incarna idealmente tutte le vittime cattoliche dello sterminio programmato, ma anche quella parte della Chiesa cattolica che non accettò il silenzio delle autorità. È l’antico, nobile, intreccio di vero e verosimile, che consente di allungare lo sguardo all’universale senza rimuovere il particolare e il reale. Tra le pieghe più minute della microstoria, come nella cellula fissata dall’occhio del microscopio, sta tutta intera la storia grande, quella con la S maiuscola.




Per saperne di più:
John J. Michalczyk, Costa-Gavras: the Political Fiction Film, Philadelphia – London, The Art Alliance Press, 1984.

Il cinema di Costa-Gavras: processo alla
storia, a cura di Gabriele Rizza – Giovanni Maria Rossi – Aldo Tassone, Firenze, Aida, 2002.

Omaggio a Costa Gavras nel quarantennale della carriera, a cura di Enrico Fava – Alda Tacca – Mario Vighi, Parma, Edicta, 2005.

Natalie Zemon Davis, La storia al cinema. La schiavitù sullo schermo da Kubrick a Spielberg, Roma, Viella, 2007.

martedì 16 dicembre 2008

VIAGGIO DELLA MEMORIA A GERUSALEMME


Il bando e il form per la compilazione della domanda on- line è disponibile sul sito:

venerdì 28 novembre 2008

MOSTRA FOTOGRAFICA, UNIVERSITA' DELLA CALABRIA, GENNAIO 2009

- Robert Mapplethorpe, Ken Moody and Robert Sherman, 1984-




Vedere l’Altro
Mostra fotografica


Cosenza, 26 gennaio – 15 febbraio 2009




Università della Calabria

Fondazione Museo della Memoria “Ferramonti di Tarsia”

Museo dell’Arte dell’Otto e Novecento, Rende

Soprintendenza per i Beni Storici,
Artistici ed Etnoantropologici della Calabria



Informazioni generali

L’Università della Calabria, di concerto con la Fondazione Museo della Memoria “Ferramonti di Tarsia”, il Museo dell’Arte dell’Otto e Novecento di Rende e la Soprintendenza per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico della Calabria, organizza e promuove la mostra fotografica Vedere l’Altro, che avrà inizio alle 18.00 del 26 gennaio 2009 e termine il 15 febbraio 2009.
La mostra è dedicata a foto riguardanti l'attività e il significato della Giornata della Memoria intesi in senso ampio. Essa infatti costituisce una parte integrante delle celebrazioni della stessa Giornata, che, organizzate da Paolo Coen, Manlio Gaudioso e Galileo Violini, quest’anno recherà il titolo di Toccare, vedere, sentire: comprendere l’Altro.
Il comitato organizzatore della mostra è composto da Paolo Coen, Fabio De Chirico, Francesco Panebianco, Francesca Rota e Tonino Sicoli.
Il comitato organizzatore selezionerà tra le foto presentate quella più significativa e come premio simbolico garantirà la sua installazione all’interno delle strutture espositive nel Campo Ferramonti di Tarsia.
Le foto dovranno giungere agli indirizzi sotto indicati entro il 10 gennaio 2009.

Regolamento

La mostra è aperta a quanti possiedono foto inerenti al titolo della mostra stessa e più in generale ai temi sottesi alla Giornata della Memoria. Il numero delle fotografie da presentare è limitato a due per ciascun partecipante.
Le foto possono essere in bianco e nero o a colori. La consegna può avvenire in forma duplice, su carta fotografica o digitale. Le stampe su carta fotografica debbono essere montate su cartoncino di colore bianco. Il lato maggiore della foto, cartoncino escluso, deve essere compreso fra i 20 e i 30 cm. Le foto in formato digitale debbono essere in alta definizione (minimo 300 dpi): la consegna può avvenire sotto forma di cd, dvd oppure via mail.
Ogni foto deve recare indicati con chiarezza: nome e cognome dell'autore della foto; nome e cognome del proprietario della foto; titolo della foto; anno di realizzazione della foto; liberatoria firmata per l’uso della foto per tutta la durata della mostra e per la sua divulgazione in formato multimediale (stampa, internet, proiezione, dvd o altro).
La consegna del materiale dovrà avvenire entro il 10 gennaio 2009. Il comitato organizzatore si riserva il diritto di escludere dalla mostra le fotografie anonime, che presentino indicazioni incomplete o che siano giunte dopo il termine fissato, indipendentemente dalla data riportata sul timbro postale.
Il materiale dovrà consegnarsi a mano o spedirsi entro un plico sigillato al seguente indirizzo:


Dott. Paolo Coen - Mostra Fotografica "Vedere l'Altro"
c/o
Dott.ssa Maria Filosa - Segreteria del Corso di Laurea in Conservazione del Patrimonio Artistico, Archeologico e Musicale
Via Pietro Bucci, Cubo 21b
Università della Calabria
87036 Arcavacata di Rende (Cosenza)

Le foto in formato digitale possono in alternativa spedirsi presso il seguente indirizzo web:


paolocoen.unical@gmail.com
direttore@maon.it


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